ecco qui un altro racconto...un po fantasioso ma forse uno dei migliori!!!
TEATRO DE VITAE
Sono qui, immobile, completamente immobile. Respiro a fatica, forse ho qualche costola rotta. Sento rumori confusi e non vedo nulla di nitido, ma solo macchie, macchie e macchie. Non so quanto tempo è che sono sdraiato per terra, sull’asfalto caldo per il sole del giorno. Ricordo solo di essere andato a casa di Giulia per chiarire, ma invece di far pace abbiamo litigato, di nuovo. Ho preso il motorino…e poi? E poi l’asfalto caldo, e le scarpe viste di lato: il tallone si appoggia e progressivamente tutto il piede, fino alla punta, ma ecco di nuovo che si rialza da dietro. Giulia, Giulia, Giulia… Perché dobbiamo sempre litigare? Non potremmo semplicemente vederci, salutarci, farci le coccole e, che ne so, magari guardarci un film? No, litigheremmo pure per quale film vedere. Sono stanco di litigare con te. Ho solo voglia di amarti, di stringerti, di dirti che va tutto bene, e invece dobbiamo sempre rovinare tutto, tu con la tua mania di fare polemica, io con la mia incapacità di ammettere che ho torto. Ma ecco, mi sento abbandonare, ho come un sonno remoto sulle palpebre, forse è il caso che mi riposi un po’, qui, sull’asfalto. Chiudo gli occhi quasi costretto e penso che potrei stare per morire.
È tutto buio. Sono in strada e i lampioni emettono una luce fioca e bianca. Mi rendo conto che sono ancora sdraiato sull’asfalto, ma dove sono finiti tutti? Non c’è più nessuno per strada. Mi alzo e mi accorgo di essere davanti ad un enorme portone di vetro, con le porte scorrevoli. Si vede un immenso androne con la moquette rossa, ma non c’è nessuno alla reception. Alzo gli occhi e sul portone c’è un’insegna luminosa con su scritto: “Teatro de vitae”. Non sento più alcun dolore, ma forse dovrei chiedere aiuto comunque. Ma a chi? Entro nel portone e mi guardo intorno: c’è un cartello con tante indicazioni: sala, toilette, reception… Ma una di queste mi colpisce: c’è scritto il mio nome! Forse dovrei seguire quella… Salgo delle scale e le indicazioni mi portano di fronte ad una porta, spingo il maniglione antipanico e…incredibile, sono in una sala teatrale enorme, il palco davanti a me e tantissima gente lì, ad aspettare. Mi si avvicina un uomo con un vestito da maggiordomo e mi fa cenno di seguirlo. Mi porta sulla tribuna d’onore, dove sono solo. Appena entro nella tribuna tutti si girano verso di me, mi guardano. Poi sorridono e cominciano a battere le mani. Stavano forse aspettando me? Il tipo di prima mi fa sedere. Vorrei parlare, chiedere dove mi trovo, protestare o almeno riuscire a comunicare, invece non riesco a far altro che guardarmi intorno, con la bocca aperta dallo stupore, due occhi spalancati che mostrano di certo la mia paura. Appena mi siedo comincio a scrutare uno ad uno tutti quei visi di quella gente che non la smette di applaudire. Sono tutte persone che conosco: mia madre, mio padre e mio fratello Vittorio siedono proprio sotto la tribuna d’onore, poi ci sono i miei amici, la zia Flaminia (ma non era morta?) e i miei cugini. Tutti loro formano un mezzo cerchio, nel centro del quale siede una ragazza, l’unica a non applaudire, l’unica che non mi guarda: è Giulia. La riconosco per le sue spalle così ben fatte, per la schiena, per i suoi capelli lunghi che mille volte ho accarezzato, mi sembra che l’aria che mi circonda, ora, sia piena dell’odore dei suoi capelli… Il resto della sala è occupato da persone con cui ho parlato solo una volta, da chi ho conosciuto solo di vista e persino da coloro che ho incontrato per strada, con cui magari ci siamo scambiati uno sguardo soltanto, per poi passare oltre e sparire di nuovo.
Ma ecco che tutti, improvvisamente, smettono di applaudire e, in un frastuono di sedie che si spostano, si accomodano. Le luci si affievoliscono e il sipario si apre… Non c’è un palco, né degli attori, ma solo un enorme schermo gigante che improvvisamente si accende e comincia a proiettare quello che sembrava un film. Non ci sono titoli di testa, ne ha un vero e proprio titolo questo film: comincia e basta, con la scena di una donna in procinto di partorire: è mia madre. Cosa significa tutto ciò? È lì che soffre, per dare la vita ad una creatura che piano piano esce dal suo corpo, lei suda e grida, ma un pianto primitivo supera la sua voce: è nato. O meglio: sono nato! Quella è la storia della mia vita! Ma si, eccomi lì’ in braccio a mia madre, mi riconosco, ho visto delle foto di quando ero appena avevo pochi giorni e non posso che essere io, quello.
Cosa interessa a tutte quelle persone della mia vita? Ma eccola: prende forma davanti a me in tempo reale….quanto durerà quindi questo film di vita? Ventotto anni? Ma com’è strano vedermi su quello schermo….il mio primo ingresso a casa, la nascita di mio fratello Vittorio, e poi il primo giorno delle elementari, con lo zainetto sulle spalle, il cestino della merenda in mano e la paura negli occhi.
I giorni della mia infanzia scorrono difronte al mio sguardo ed io, incredulo, finalmente riconosco i miei errori, le mie ingiustizie, ma soprattutto percepisco di nuovo tutte le sensazioni di quando ero ancora un bambino! Ed ecco sullo schermo l’immagine di me, ancora piccolo, che frequento la terza elementare: sto uscendo da scuola e mentre attraverso il cortile con i miei compagni di classe assaporo l’idea di vedere mio padre spuntare dal cancello, sgomitando nella calca di genitori, ma lui non c’è…so cosa sta per succedere, così preferisco abbassare lo sguardo e non rivivere quella scena: troverò mia madre, con gli occhi gonfi, che sembra più vecchia; lei mi dirà che non vedrò mio padre per un po’ di tempo: <Mamma e papà hanno bisogno di stare un po’ da soli> affermerà, così torneremo in silenzio a casa, dopo essere andati a prendere Vittorio, con il bisogno di chiedere spiegazioni, ma pur sapendo che risulterebbe fuori luogo.
Le medie, le medie: che periodo quei tre anni!! L’assenza di mio padre si faceva sentire: non era abbastanza vederlo ogni due settimane la domenica, avevo di certo bisogno di una figura maschile! Cosa comportarono per me le medie? Brufoli, fame cronica e sensazioni strane, o meglio, stranamente piacevoli, quando mi trovavo in presenza di una ragazza. Non è facile, per un ragazzino di dieci anni, passare dal completo disprezzo per il sesso femminile all’attrazione per questo: così misterioso, complicato, diverso…
Ma c’era una ragazza, in particolare, che mi attraeva più delle altre: bella, simpatica, sempre sorridente! Naturalmente non ero l’unico a desiderarla, ma non mi interessava nulla degli altri: io continuavo ad ammirarla in segreto, come facevano tutti, così lei si trovò l’unica tra le sue amiche a non aver provato l’ebbrezza di avere un fidanzato, nonostante fosse la più bella. Durante il campo scuola di terza media mi decisi ad avvicinarla, così in meno di una settimana diventammo molto amici: mi confidava i suoi dubbi, le sue incertezze, ed io la guardavo con occhi adoranti. L’ultima sera eravamo nascosti in una stanza: una buona parte della classe era lì. Ma ad un certo punto arrivò un messaggio sul cellulare ad uno di noi, che diceva che il professore stava passando per le camere a controllare che ognuno stesse nella sua, così uscimmo velocemente tutti insieme. Naturalmente il professore sentì il fracasso e accorse subito: io e lei ci nascondemmo nella sua camera, che era vicinissima, e proprio mentre ci stavamo chiudendo la porta alle spalle sentimmo il professore che arrivava. Non ci scoprì, per fortuna, ma ci ritrovammo soli in una stanza d’albergo, imbarazzati più che mai. Ci sedemmo sul letto in silenzio ad ascoltare cosa succedeva in corridoio, agitatissimi di essere scoperti: le presi la mano per tranquillizzarla, lei mi guardò e sorrise e poi mi abbracciò. Che emozione! Che momenti! Fossero durati per l’eternità, sarebbe stato molto meglio, o forse mi sarei perso tutto ciò che venne dopo, e che ora veniva trasmesso davanti a tutti su quello schermo gigante.
Ma i cinque anni di Liceo furono i più emozionanti della mia vita: andavo d’accordo con tutti i miei amici, uscivo spesso, andavo bene a scuola ma, soprattutto, mi ero abituato a non contare sulla presenza di mio padre, che nel frattempo aveva trovato un’altra compagna. Il rapporto con mia madre era sempre più distaccato: avevamo orari incompatibili, perché lei lavorava di pomeriggio; neanche cenavamo più insieme, dato che arrivava tardi ed io e Vittorio avevamo fame. Invecchiava sempre più velocemente ed io non sapevo che dirle, così finivo per non dirle nulla. Mio fratello viveva, pure lui, in un altro mondo: avevamo perso la confidenza di prima ed oramai, invece di essere una famiglia, eravamo dei conviventi. Una sera litigò di brutto con mia madre: lei non voleva dargli il permesso di andare a dormire a casa di un amico per il Capodanno, così lui si arrabbiò tanto, forse troppo, che uscì di casa sbattendo la porta. Io lo seguii e mi accorsi che saliva le scale, invece di scenderle: dove stava andando? Si accorse della mia presenza ma continuò la sua ascesa, rallentando sempre di più. Arrivato in cima aprì la porta della terrazza e si fermò per un istante, poi si voltò a guardarmi e mi fece cenno di seguirlo. Tirò fuori da una tasca un pacchetto di sigarette e se ne accese una. Me ne offrì anche, ma rifiutai: da quando fumava? Mentre teneva la sigaretta in bocca aprì un armadietto che era lì, sulla terrazza, e prese due birre, me ne porse una e poi disse: < Qui si mantengono più fresche.> Poi, guardando la mia faccia sconcertata, aggiunse: <Cosa c’è? Sai sono cresciuto anche io. Non te ne sei accorto? A quanto pare neanche quella se ne è accorta!>
< Quella è tua madre.> Risposi io. < Si, lo so, e le voglio bene. Ma non mi capisce. Sembra che per lei il tempo non sia passato: è rimasta a quando lei e papà si sono lasciati, non si è accorta che lui ha trovato un’altra e che io, anzi noi, siamo cresciuti. Sono arrabbiato per questo, non perché non vuole lasciarmi andare a quella stupida festa di Capodanno!> Io sorrisi, stupito. Era vero d’altronde: neanche io mi ero reso conto che era diventato grande, e in effetti a diciassette anni non credo ci sia nulla di male nel passare il Capodanno con degli amici.
Gli esami di maturità mi innervosirono più del previsto; non tanto per quanto avrei dovuto studiare, piuttosto per ciò che sarebbe venuto dopo. Cosa avrei fatto? Cosa avrei deciso per la mia vita? Passai l’estate con un’ansia dentro che mi rodeva il cuore e l’anima, e mi accompagnava ovunque. A fine agosto decisi di andare all’Università per rendermi conto di quali prospettive mi si ponevano di fronte: andai alla segreteria per richiedere dei dépliant, ma per tutta risposta fui mandato via, dicendomi che avrei potuto trovare tutte le informazioni necessarie sul sito Internet. Così, sconfortato, feci per andarmene, quando una mano sfiorò una mia spalla e mi voltai. Era una ragazza bellissima, forse la creatura più bella che avessi mai visto. Portava quella bellezza con disinvoltura, agitando naturalmente i ricci castani, e sbattendo dolcemente le palpebre su quegli occhi ambrati. Mi disse che era l’assistente informatica della facoltà di Economia, e che sarebbe stata lieta di farmi da guida all’interno di essa. Lei non camminava: volava! Fluttuava a mezzo metro dalle mattonelle marroni del pavimento, mentre io la seguivo, estasiato.
A fine settembre feci l’esame per entrare alla facoltà di Economia, e lo passai. Ammetto che fui condizionato dalla presenza di quell’angelo, ma in fin dei conti era l’unica prospettiva che mi allettasse. Ebbero così inizio quattro anni di amore platonico, fatto di sospiri e fantasie: non avevo occhi per nessuna se non per lei, e sognavo, un giorno, di poterle dimostrare il mio amore. Quando lei era nell’aula seguivo le lezioni con difficoltà: ascoltavo il professore, ma guardavo lei. Così presi l’abitudine di registrare ciò he avrei dovuto ascoltare meglio, per poi ristudiarlo a casa. Ora, rivedendo tutto ciò proiettato su quell’enorme schermo, sorrido tristemente, perché mi accorgo di quanto tempo abbia perso, tempo che avrei potuto sfruttare in qualche attività più produttiva della semplice ammirazione.
Ma all’inizio del quarto anno di università mi arrivò una notizia spiazzante: lei aveva vinto un concorso in Germania della durata di due anni. Inutile dire che ne fui sconfortato, ma in capo a due settimane mi rimisi in carreggiata, capendo che dovevo recuperare il tempo perduto e conseguire la laurea entro l’anno. Studiavo tanto, forse troppo! Prima degli esami mi chiudevo in casa a studiare per settimane, senza uscire, trascurando perfino la mia persona, e trovando conforto solo tra le pagine di quei tomi alti cinque centimetri.
A marzo mi laureai e diedi una festa voluta da mia madre. Fu allora che conobbi Giulia. È bellissimo, ora, rivedere la scena in cui lei è entrata nella mia vita: quei capelli lunghi fino alla vita, lisci, lucidi, e quel vestito che le calzava a pennello. Era stupenda! Ed era anche fidanzata, si, con il cugino di un mio amico, che naturalmente non sopportavo. Era pieno di se, e accanto a lei stonava, come il verde sull’arancione. Non potei fare a meno di informarmi di più su quella visione, ma il mio amico sapeva ben poco. Mi disse solo che suo cugino gli aveva confidato che tra loro due non andava bene. Così mi avvicinai e le parlai: entrammo subito in sintonia, ridendo, scherzando. Le chiesi con garbo il numero di telefono, così cominciammo a sentirci, poi a vederci, infine ad innamorarci. Lei lasciò il suo ragazzo e per me era cominciato un periodo stupendo: avevo trovato l’amore, avevo trovato la felicità, avevo perfino trovato un lavoro! Ma da lì ad un anno cominciammo ad avere dei problemi: io ero sempre indaffarato nel mio impiego, Giulia con l’università. Ma eccola, la scena di quella sera: ero andato da lei per chiarire, e invece avevamo litigato. Non ho più voglia di litigare con te, Giulia! Ho sbattuto la porta e ho sceso le scale di corsa. Ho preso il motorino. Ecco cosa era successo! Non mi ero fermato ad uno stop, ed una cinquecento mi aveva preso in pieno. Il sangue e la rabbia mi erano saliti al cervello, offuscandomi la ragione e i riflessi. Ed ora? Dove mi trovavo? Ero forse morto? No, in quella sala c’erano persone ancora in vita. Ma non potevo essere del tutto vivo, perché c’erano anche persone morte. Ma l’asfalto caldo, le scarpe viste di lato, poi Giulia…
Le luci si accendono e mi accorgo immediatamente che lei non è più seduta al centro del semicerchio, bensì è accanto a me che respira. Con le lacrime agli occhi le dico: < Giulia, io ti amo!>. Lei mi risponde: <Svegliati, ti prego.> <Cosa?> le chiedo stupito. <Per l’amor del Cielo! Svegliati! Svegliati!>.
In quel momento apro gli occhi e mi trovo sdraiato su una lettiga. Giulia è lì vicino a me, mentre degli infermieri mi portano all’ospedale. Non riesco a muovere un muscolo e credo mi si sia rotta la gamba destra, ma sono infinitamente felice: felice di aver compreso i miei errori, felice che lei sia lì accanto a me, ma, soprattutto, felice di essere ancora vivo.