sabato 19 novembre 2011

Il narcotrafficante

<Venga, signorina, entri pure. Si sieda lì.>
Il poliziotto era in piedi, davanti ad un distributore d’acqua.
< Sa perché è qui, signorina?> Disse, mentre si sedeva sulla sedia girevole, dall’altra parte della scrivania.
Lei lo guardò, poi riabbassò gli occhi. < E’ stata portata qui, signorina, a causa della scomparsa del signor Antonio De Iolis, trentuno anni. Lei lo conosce?>
La ragazza annuì leggermente, senza però aprire bocca. Le avevano detto che Antonio era sparito quando erano venuti a prenderla a casa, quel pomeriggio. Le sembrava di vivere un poliziesco, ma senza avere una lampadina puntata in faccia. Quello era un semplice ufficio di polizia, con la porta a vetri oscurati, dalla quale si intravedeva la gente che passava; c’era una scrivania, una libreria piena di fascicoli ed una finestra, posta ad ovest, dalla quale, in quell’ora, si poteva osservare il tramonto.
< Abbiamo visto dai tabulati telefonici che da due mesi a questa parte molte delle telefonate del ricercato sono state rivolte a lei. Ma dal telefono di De Iolis non risultano, probabilmente le cancellava. Questo ci ha fatti insospettire. Che tipo di rapporto avevate?>
La ragazza notò che il poliziotto portava la barba come suo padre.
Prese coraggio e fece uscire la voce: < Io e il signor De Iolis ci frequentavamo abitualmente.>
Il poliziotto guardò in alto un po’ spazientito, poi disse: < Bene, ma, ripeto, che tipo di rapporto avevate? Eravate soci? Amici? O forse amanti?> A questa parola lei sussultò, così lui, avendo capito di aver cetrato la questione, continuò: < Signorina, non siamo qui per accusare nessuno di errata moralità, ne di tradimento, ma dobbiamo ritrovare una persona scomparsa.> Tradimento, errata moralità…cosa c’è di errato nell’amare qualcuno? Antonio e la sua ragazza non erano sposati, ancora nemmeno convivevano: volevano aspettare che lei, ventotto anni, si laureasse per poi comprare una casa insieme. E lei non era altro che la sua sciocca amante: una ragazzina di diciannove anni, alle prese con gli esami di maturità, che ora doveva rispondere a tutti gli sbagli dovuti alla sua immaturità, che l’aveva fatta cadere in quel vortice di bugie.
< Si, signore, io e Antonio, il signor de Iolis, eravamo amanti.>
< Perfetto…e dove vi vedevate?>
Perché quella domanda? Tirò su un sospiro e, tanto valeva, prendere il coraggio a due mani e parlare.
< A casa sua, signore. Ci vedevamo di nascosto: non abitavamo lontani. Ma non era così semplice, sa? Ai miei genitori dicevo che uscivo con una mia amica. Solo lei lo sapeva, e mi copriva le spalle. Ma non potevo dirlo a nessun altro: come sarei stata giudicata? Mi avrebbero certo detto che non era il caso.. Com’è duro, a volte, prendere atto della verità…> Tutto questo le uscì in un fiato, mentre le lacrime cominciavano a rigarle la faccia.
< A casa del signor De Iolis ha detto? Quindi lei sapeva dei suoi traffici?>
Un sussulto.
< Quali traffici, scusi?>
< Traffici di droga, signorina. Ebbene si, il signor De Iolis, per poterne usufruire, nascondeva droga in casa. Quella di facile commercio, però, che consumano i giovanissimi come lei. E’ sicura di non saper nulla? Il signor De Iolis non le ha mai detto, ne offerto, niente?>
Offerto? Ma come gli veniva in mente? Antonio non avrebbe mai fatto una cosa del genere! Lui le diceva sempre che lei non era fatta per le “cose brutte”, e quella, era una “cosa brutta”.
< No, signore, non sono al corrente di nulla.> Il poliziotto la guardò insicuro, poi tirò su un sospiro. In quel momento bussarono alla porta ed entrò un altro poliziotto, lo stesso che l’aveva portata in quell’ufficio.
< E’ arrivata la fidanzata di De Iolis, comandante, la faccio entrare?> disse.
< Si, si, la faccia entrare. In quanto a lei, signorina, mi raccomando, qualsiasi sospetto le venga in mente ci contatti: dobbiamo tutti collaborare a questo caso! Ora la lascio andare, ma si tenga sempre raggiungibile. A presto!>
Entrando, lo sguardo della donna e quello della ragazza si incrociarono: la prima aveva gli occhi rossi e gonfi, di chi ha appena smesso di piangere, eppure avanzava con fierezza e dignità; la seconda aveva l’aria di chi si sente in colpa, di chi vorrebbe chiedere scusa, ma poi dovrebbe anche dare delle spiegazioni. Si chiedeva se lei, la vera donna di Antonio, sapesse qualcosa di quei traffici illeciti; si domandava se lui, poiché l’amava, le aveva confidato tutto, fidandosi.

giovedì 6 ottobre 2011

maledetta razionalità

questa canzone l'ho scritta qualche giorno fa pensando a quante volte ci troviamo a scegliere tra ragione e sentimento, tra mente e cuore.... e quanto non sappiamo quale sia davvero la scelta giusta!!! BUONA LETTURA!!!

MALEDETTA RAZIONALITA’
Reparti stagni nel mio cervello,
Passaggi fissi di un protocollo,
condanno a morte il romanticismo
con un semplice meccanismo
di calcoli e previsioni,
studiandomi il domani.
RIT: Maledetta razionalità,
che mi fai non vivere
tra mille regole
di stupidità.
Maledetta razionalità
Che non mi fai vincere,
Neanche perdere,
ma sempre in parità.
L’oggettiva scelta
Di una vita spenta,
di una amara convinzione
che la mente abbia ragione
ad ignorare il pianto
nascosto nel sentimento.
RIT.
Quel sapore di sbagliato,
di amaro, di salato,
nello scegliere la mente
come conducente
di ogni decisione.
L’immaginazione
di sentire la paura
se invece della testa
si segue l’avventura.

martedì 20 settembre 2011

BLACKOUT

questa poesia mi è venuta fuori una sera in cui si sono spente le luci nel mio quartiere per qualche problema... così ho provato ad immaginare tutta la mia città, Roma, nel pieno di un blackout, di quanto sarebbe bello, ogni tanto, renderle onore con la luce delle stelle...

Le luci spente su questa città
danno sfogo ai miei pensieri,
pensare Roma tutta nera
è serena malinconia.
Posso vedere la mia vita
buia anch'essa, senza timori,
sapendo che ancora brillerà
bianca luce su questa città.
Sotto i raggi della Luna
il Colosseo da' sicurezza,
come la mano di un padre
per il figlio, nella notte.

Ma ci sono stelle, le stelle!
finalmente tante stelle
possono onorare la città
con la loro stupenda bellezza,
le vedo brillare sicure
attraverso i miei occhi stupiti
e accolgono con pazienza
tutti i miei pensieri,
sono un rifugio infinito
per nascondere le mie paure
e trovo con loro riposo
a ciò che mi affolla la mente.

mercoledì 31 agosto 2011

prima di partire per un lungo viaggio....

lettori!! L'estate è quasi finita, il caldo se ne va e le vacanze sono giunte ormai al loro termine...ma...vi va di sognare ancora un po'? ecco qui una malinconica poesia, scritta 5 minuti prima di partire, ma che esprime a pieno tutto ciò che avevo in testa in quei momenti... spero di emozionarvi!!!

Scappo da questa città
piena di follie,
fuggo da questo vortice
di ricordi e sentimenti;
questo covo di serpenti
non deve farmi male
e nel clou dell'emozione
io scappo per protezione.
La rabbia dentro me
rimarrà a casa
e il ricordo di te
me lo porterò via.
Lascerò ogni cosa
ferma come in foto,
per continuare la vita
in un altro luogo.
Il tempo s'è fermato,
come nel mio cuore,
che non sa andare avanti
ma nemmeno indietreggiare
e cerca eccitazioni
tra le braccia di qualcuno,
che non sente i sospiri
e non capisce i miei pensieri.

mercoledì 29 giugno 2011

società corrotta

ecco qui un'altra poesia che ho scritto circa un anno fa...

Prendimi le mani
e leggimi il futuro
dimmi se domani
io sarò al sicuro
da ogni pentimento
e dalla gelosia,
sono qui, ti sento,
qualsiasi cosa sia.

Chissà se il successo
sarà nella mia vita,
se vivrò nel progresso
della società condita
con morale e trasgressione,
con alcool e sentimento,
qui dove la passione
giustifica il tradimento.

domenica 29 maggio 2011

teatro de vitae

ecco qui un altro racconto...un po fantasioso ma forse uno dei migliori!!!
TEATRO DE VITAE
Sono qui, immobile, completamente immobile. Respiro a fatica, forse ho qualche costola rotta. Sento rumori confusi e non vedo nulla di nitido, ma solo macchie, macchie e macchie.  Non so quanto tempo è che sono sdraiato per terra, sull’asfalto caldo per il sole del giorno. Ricordo solo di essere andato a casa di Giulia per chiarire, ma invece di far pace abbiamo litigato, di nuovo. Ho preso il motorino…e poi? E poi l’asfalto caldo, e le scarpe viste di lato: il tallone si appoggia e progressivamente tutto il piede, fino alla punta, ma ecco di nuovo che si rialza da dietro. Giulia, Giulia, Giulia… Perché dobbiamo sempre litigare? Non potremmo semplicemente vederci, salutarci, farci le coccole e, che ne so, magari guardarci un film? No, litigheremmo pure per quale film vedere. Sono stanco di litigare con te. Ho solo voglia di amarti, di stringerti, di dirti che va tutto bene, e invece dobbiamo sempre rovinare tutto, tu con la tua mania di fare polemica, io con la mia incapacità di ammettere che ho torto. Ma ecco, mi sento abbandonare, ho come un sonno remoto sulle palpebre, forse è il caso che mi riposi un po’, qui, sull’asfalto. Chiudo gli occhi quasi costretto e penso che potrei stare per morire.
È tutto buio. Sono in strada e i lampioni emettono una luce fioca e bianca. Mi rendo conto che sono ancora sdraiato sull’asfalto, ma dove sono finiti tutti? Non c’è più nessuno per strada. Mi alzo e mi accorgo di essere davanti ad un enorme portone di vetro, con le porte scorrevoli. Si vede un immenso androne con la moquette rossa, ma non c’è nessuno alla reception. Alzo gli occhi e sul portone c’è un’insegna luminosa con su scritto: “Teatro de vitae”. Non sento più alcun dolore, ma forse dovrei chiedere aiuto comunque. Ma a chi? Entro nel portone e mi guardo intorno: c’è un cartello con tante indicazioni: sala, toilette, reception… Ma una di queste mi colpisce: c’è scritto il mio nome! Forse dovrei seguire quella… Salgo delle scale e le indicazioni mi portano di fronte ad una porta, spingo il maniglione antipanico e…incredibile, sono in una sala teatrale enorme, il palco davanti a me e tantissima gente lì, ad aspettare. Mi si avvicina un uomo con un vestito da maggiordomo e mi fa cenno di seguirlo. Mi porta sulla tribuna d’onore, dove sono solo. Appena entro nella tribuna tutti si girano verso di me, mi guardano. Poi sorridono e cominciano a battere le mani. Stavano forse aspettando me? Il tipo di prima mi fa sedere. Vorrei parlare, chiedere dove mi trovo, protestare o almeno riuscire a comunicare, invece non riesco a far altro che guardarmi intorno, con la bocca aperta dallo stupore, due occhi spalancati che mostrano di certo la mia paura. Appena mi siedo comincio a scrutare uno ad uno tutti quei visi di quella gente che non la smette di applaudire. Sono tutte persone che conosco: mia madre, mio padre e mio fratello Vittorio siedono proprio sotto la tribuna d’onore, poi  ci sono i miei amici, la zia Flaminia (ma non era morta?) e i miei cugini. Tutti loro formano un mezzo cerchio, nel centro del quale siede una ragazza, l’unica a non applaudire, l’unica che non mi guarda: è Giulia. La riconosco per le sue spalle così ben fatte, per la schiena, per i suoi capelli lunghi che mille volte ho accarezzato, mi sembra che l’aria che mi circonda, ora, sia piena dell’odore dei suoi capelli… Il resto della sala è occupato da persone con cui ho parlato solo una volta, da chi ho conosciuto solo di vista e persino da coloro che ho incontrato per strada, con cui magari ci siamo scambiati uno sguardo soltanto, per poi passare oltre e sparire di nuovo.
Ma ecco che tutti, improvvisamente, smettono di applaudire e, in un frastuono di sedie che si spostano, si accomodano. Le luci si affievoliscono e il sipario si apre… Non c’è un palco, né degli attori, ma solo un enorme schermo gigante che improvvisamente si accende e comincia a proiettare quello che sembrava un film. Non ci sono titoli di testa, ne ha un vero e proprio titolo questo film: comincia e basta, con la scena di una donna in procinto di partorire: è mia madre. Cosa significa tutto ciò? È lì che soffre, per dare la vita ad una creatura che piano piano esce dal suo corpo, lei suda e grida, ma un pianto primitivo supera la sua voce: è nato. O meglio: sono nato! Quella è la storia della mia vita! Ma si, eccomi lì’ in braccio a mia madre, mi riconosco, ho visto delle foto di quando ero appena avevo pochi giorni e non posso che essere io, quello.
Cosa interessa a tutte quelle persone della mia vita? Ma eccola: prende forma davanti a me in tempo reale….quanto durerà quindi questo film di vita? Ventotto anni? Ma com’è strano vedermi su quello schermo….il mio primo ingresso a casa, la nascita di mio fratello Vittorio, e poi il primo giorno delle elementari, con lo zainetto sulle spalle, il cestino della merenda in mano e la paura negli occhi.
I giorni della mia infanzia scorrono difronte al mio sguardo ed io, incredulo, finalmente riconosco i miei errori, le mie ingiustizie, ma soprattutto percepisco di nuovo tutte le sensazioni di quando ero ancora un bambino! Ed ecco sullo schermo l’immagine di me, ancora piccolo, che frequento la terza elementare: sto uscendo da scuola e mentre attraverso il cortile con i miei compagni di classe assaporo l’idea di vedere mio padre spuntare dal cancello, sgomitando nella calca di genitori, ma lui non c’è…so cosa sta per succedere, così preferisco abbassare lo sguardo e non rivivere quella scena: troverò mia madre, con gli occhi gonfi, che sembra più vecchia; lei mi dirà che non vedrò mio padre per un po’ di tempo: <Mamma e papà hanno bisogno di stare un po’ da soli> affermerà, così torneremo in silenzio a casa, dopo essere andati a prendere Vittorio, con il bisogno di chiedere spiegazioni, ma pur sapendo che risulterebbe fuori luogo.
Le medie, le medie: che periodo quei tre anni!! L’assenza di mio padre si faceva sentire: non era abbastanza vederlo ogni due settimane la domenica, avevo di certo bisogno di una figura maschile! Cosa comportarono per me le medie? Brufoli, fame cronica e sensazioni strane, o meglio, stranamente piacevoli, quando mi trovavo in presenza di una ragazza. Non è facile, per un ragazzino di dieci anni, passare dal completo disprezzo per il sesso femminile all’attrazione per questo: così misterioso, complicato, diverso…
Ma c’era una ragazza, in particolare, che mi attraeva più delle altre: bella, simpatica, sempre sorridente! Naturalmente non ero l’unico a desiderarla, ma non mi interessava nulla degli altri: io continuavo ad ammirarla in segreto, come facevano tutti, così lei si trovò l’unica tra le sue amiche a non aver provato l’ebbrezza di avere un fidanzato, nonostante fosse la più bella. Durante il campo scuola di terza media mi decisi ad avvicinarla, così in meno di una settimana diventammo molto amici: mi confidava i suoi dubbi, le sue incertezze, ed io la guardavo con occhi adoranti. L’ultima sera eravamo nascosti in una stanza: una buona parte della classe era lì. Ma ad un certo punto arrivò un messaggio sul cellulare ad uno di noi, che diceva che il professore stava passando per le camere a controllare che ognuno stesse nella sua, così uscimmo velocemente tutti insieme. Naturalmente il professore sentì il fracasso e accorse subito: io e lei ci nascondemmo nella sua camera, che era vicinissima, e proprio mentre ci stavamo chiudendo la porta alle spalle sentimmo il professore che arrivava. Non ci scoprì, per fortuna, ma ci ritrovammo soli in una stanza d’albergo, imbarazzati più che mai. Ci sedemmo sul letto in silenzio ad ascoltare cosa succedeva in corridoio, agitatissimi di essere scoperti: le presi la mano per tranquillizzarla, lei mi guardò e sorrise e poi mi abbracciò. Che emozione! Che momenti! Fossero durati per l’eternità, sarebbe stato molto meglio, o forse mi sarei perso tutto ciò che venne dopo, e che ora veniva trasmesso davanti a tutti su quello schermo gigante.

Ma i cinque anni di Liceo furono i più emozionanti della mia vita: andavo d’accordo con tutti i miei amici, uscivo spesso, andavo bene a scuola ma, soprattutto, mi ero abituato a non contare sulla presenza di mio padre, che nel frattempo aveva trovato un’altra compagna. Il rapporto con mia madre era sempre più distaccato: avevamo orari incompatibili, perché lei lavorava di pomeriggio; neanche cenavamo più insieme, dato che arrivava tardi ed io e Vittorio avevamo fame. Invecchiava sempre più velocemente ed io non sapevo che dirle, così finivo per non dirle nulla. Mio fratello viveva, pure lui, in un altro mondo: avevamo perso la confidenza di prima ed oramai, invece di essere una famiglia, eravamo dei conviventi. Una sera litigò di brutto con mia madre: lei non voleva dargli il permesso di andare a dormire a casa di un amico per il Capodanno, così lui si arrabbiò tanto, forse troppo, che uscì di casa sbattendo la porta. Io lo seguii e mi accorsi che saliva le scale, invece di scenderle: dove stava andando? Si accorse della mia presenza ma continuò la sua ascesa, rallentando sempre di più. Arrivato in cima aprì la porta della terrazza e si fermò per un istante, poi si voltò a guardarmi e mi fece cenno di seguirlo. Tirò fuori da una tasca un pacchetto di sigarette e se ne accese una. Me ne offrì anche, ma rifiutai: da quando fumava? Mentre teneva la sigaretta in bocca aprì un armadietto che era lì, sulla terrazza,  e prese due birre,  me ne porse una e poi disse: < Qui si mantengono più fresche.> Poi, guardando la mia faccia sconcertata, aggiunse: <Cosa c’è? Sai sono cresciuto anche io. Non te ne sei accorto? A quanto pare neanche quella se ne è accorta!>
< Quella è tua madre.> Risposi io. < Si, lo so, e le voglio bene. Ma non mi capisce. Sembra che per lei il tempo non sia passato: è rimasta a quando lei e papà si sono lasciati, non si è accorta che lui ha trovato un’altra e che io, anzi noi, siamo cresciuti. Sono arrabbiato per questo, non perché non vuole lasciarmi andare a quella stupida festa di Capodanno!> Io sorrisi, stupito. Era vero d’altronde: neanche io mi ero reso conto che era diventato grande, e in effetti a diciassette anni non credo ci sia nulla di male nel passare il Capodanno con degli amici.
Gli esami di maturità mi innervosirono più del previsto; non tanto per quanto avrei dovuto studiare, piuttosto per ciò che sarebbe venuto dopo. Cosa avrei fatto? Cosa avrei deciso per la mia vita? Passai l’estate con un’ansia dentro che mi rodeva il cuore e l’anima, e mi accompagnava ovunque. A fine agosto decisi di andare all’Università per rendermi conto di quali prospettive mi si ponevano di fronte: andai alla segreteria per richiedere dei dépliant, ma per tutta risposta fui mandato via, dicendomi che avrei potuto trovare tutte le informazioni necessarie sul sito Internet. Così, sconfortato, feci per andarmene, quando una mano sfiorò una mia spalla e mi voltai. Era una ragazza bellissima, forse la creatura più bella che avessi mai visto. Portava quella bellezza con disinvoltura, agitando naturalmente i ricci castani, e sbattendo dolcemente le palpebre su quegli occhi ambrati. Mi disse che era l’assistente informatica della facoltà di Economia, e che sarebbe stata lieta di farmi da guida all’interno di essa. Lei non camminava: volava! Fluttuava a mezzo metro dalle mattonelle marroni del pavimento, mentre io la seguivo, estasiato.
A fine settembre feci l’esame per entrare alla facoltà di Economia, e lo passai. Ammetto che fui condizionato dalla presenza di quell’angelo, ma in fin dei conti era l’unica prospettiva che mi allettasse. Ebbero così inizio quattro anni di amore platonico, fatto di sospiri e fantasie: non avevo occhi per nessuna se non per lei, e sognavo, un giorno, di poterle dimostrare il mio amore. Quando lei era nell’aula seguivo le lezioni con difficoltà: ascoltavo il professore, ma guardavo lei. Così presi l’abitudine di registrare ciò he avrei dovuto ascoltare meglio, per poi ristudiarlo a casa. Ora, rivedendo tutto ciò proiettato su quell’enorme schermo, sorrido tristemente, perché mi accorgo di quanto tempo abbia perso, tempo che avrei potuto sfruttare in qualche attività più produttiva della semplice ammirazione.
Ma all’inizio del quarto anno di università mi arrivò una notizia spiazzante: lei aveva vinto un concorso in Germania della durata di due anni. Inutile dire che ne fui sconfortato, ma in capo a due settimane mi rimisi in carreggiata, capendo che dovevo recuperare il tempo perduto e conseguire la laurea entro l’anno. Studiavo tanto, forse troppo! Prima degli esami mi chiudevo in casa a studiare per settimane, senza uscire, trascurando perfino la mia persona, e trovando conforto solo tra le pagine di quei tomi alti cinque centimetri.
A marzo mi laureai e diedi una festa voluta da mia madre. Fu allora che conobbi Giulia. È bellissimo, ora, rivedere la scena in cui lei è entrata nella mia vita: quei capelli lunghi fino alla vita, lisci, lucidi, e quel vestito che le calzava a pennello. Era stupenda! Ed era anche fidanzata, si, con il cugino di un mio amico, che naturalmente non sopportavo. Era pieno di se, e accanto a lei stonava, come il verde sull’arancione. Non potei fare a meno di informarmi di più su quella visione, ma il mio amico sapeva ben poco. Mi disse solo che suo cugino gli aveva confidato che tra loro due non andava bene. Così mi avvicinai e le parlai: entrammo subito in sintonia, ridendo, scherzando. Le chiesi con garbo il numero di telefono, così cominciammo a sentirci, poi a vederci, infine ad innamorarci. Lei lasciò il suo ragazzo e per me era cominciato un periodo stupendo: avevo trovato l’amore, avevo trovato la felicità, avevo perfino trovato un lavoro! Ma da lì ad un anno cominciammo ad avere dei problemi: io ero sempre indaffarato nel mio impiego, Giulia con l’università. Ma eccola, la scena di quella sera: ero andato da lei per chiarire, e invece avevamo litigato. Non ho più voglia di litigare con te, Giulia! Ho sbattuto la porta e ho sceso le scale di corsa. Ho preso il motorino. Ecco cosa era successo! Non mi ero fermato ad uno stop, ed una cinquecento mi aveva preso in pieno. Il sangue e la rabbia mi erano saliti al cervello, offuscandomi la ragione e i riflessi. Ed ora? Dove mi trovavo? Ero forse morto? No, in quella sala c’erano persone ancora in vita. Ma non potevo essere del tutto vivo, perché c’erano anche persone morte. Ma l’asfalto caldo, le scarpe viste di lato, poi Giulia…
Le luci si accendono e mi accorgo immediatamente che lei non è più seduta al centro del semicerchio, bensì è accanto a me che respira. Con le lacrime agli occhi le dico: < Giulia, io ti amo!>. Lei mi risponde: <Svegliati, ti prego.> <Cosa?> le chiedo stupito. <Per l’amor del Cielo! Svegliati! Svegliati!>.
In quel momento apro gli occhi e mi trovo sdraiato su una lettiga. Giulia è lì vicino a me, mentre degli infermieri mi portano all’ospedale. Non riesco a muovere un muscolo e credo mi si sia rotta la gamba destra, ma sono infinitamente felice: felice di aver compreso i miei errori, felice che lei sia lì accanto a me, ma, soprattutto, felice di essere ancora vivo.

lunedì 16 maggio 2011

Margherita

perchè pubblicare solo racconti? per anni ho scritto poesie, così le migliori credo che possano avere il loro posto all'interno di questo blog. forse saranno meno belle dei racconti, perchè arrivano di meno al cuore della gente... ma non per questo possono essere discriminate!! e anzi, questa, era nata come testo di una canzone, ma non sapendo suonare... chi lo sa, magari troverò qualche bravo musicista che ci allegherà le note!!

MARGHERITA
Margherita è una donna di strada
Vende il suo corpo per poche monete
Minigonna e tacchi è la sua divisa
E ogni sera una strana dolcezza nel cuore

Il suo lavoro per lei è dovere
Ad ogni uomo che passa gli da un po’ d’amore
La vedi sorridere sul marciapiede
per ognuno di quelli che le chiede il favore

Margherita è una puttana vergine
Sa che vogliono solo passione
Ma la sua carità è tanto forte
Che in cambio di soldi lei da l’amore

Margherita è una donna distratta
Le sembra normale amare così
Si sente in colpa e questo lo sa
Quando per quelli prova soltanto pietà

Il suo dovere, lei crede, sia quello d’amare
I clienti dicono che quando c’è lei
Si crea il Paradiso intorno ad un letto
Il letto che chiamano dei sogni nascosti.

sabato 14 maggio 2011

le regole del quiz

questo è il primo racconto che pubblicherò in questo blog, scritto per partecipare ad un concorso... non ho vinto il concorso, ma spero che siate buoni giudici, così che possa migliorarlo!! buona lettura!!


LE REGOLE DEL QUIZ
< Buonasera a tutti signore e signori!! Benvenuti al quiz show più seguito d’Italia! Diamo il benvenuto a chi stasera ci terrà compagnia! Bene signorina! Lei è la nostra concorrente di stasera!! Immagino che conosca già le regole del gioco: nessuna domanda difficile, non si richiede alcuna particolare capacità, solo conoscenza della vita! Stia tranquilla e si lasci trascinare dal gioco!
Vado con la prima domanda:
“dove si trovano i sogni?”
mi chiede di che sogni parlo, signorina? Ma come? Lei non sa cos’è un sogno? I sogni della vita! La felicità! Il futuro! Non può essere priva di sogni, non crede? Ci pensi solo un poco, su!
Ma come nel cervello?? Davvero lei pensa che se i sogni fossero nel cervello sarebbero realizzabili?? No signorina mi dispiace, ma la sua risposta è errata….la risposta esatta è….NEL CASSETTO!! Perché mi guarda con quegli occhi sbigottiti? Lei cosa ci tiene nel cassetto, le mutande? Si sa che i sogni sono nel cassetto, dove vuole che siano? No, mi dispiace, ma nel cervello abbiamo fin troppe cose! E i sogni devono essere a portata di mano in un cassetto ben chiuso, di cui solo noi abbiamo la chiave!
Su, signorina, non si scoraggi…passiamo alla seconda domanda, che forse è meglio….
“Che forma ha l’amore?” ci pensi bene, signorina, la domanda non è difficile….
Un cuore? Di un cuore ha detto? Scusi ma lei che tipo di amore ha conosciuto?? No, mi dispiace, ma la risposta esatta era “di un’aquila”…. L’amore non è forse come un’aquila? Libero di volare, viaggiare veloce, spostarsi liberamente e cambiare mondi, ma anche capace di catturare prede! Lei non è mai stata preda dell’amore? Non ha mai avvertito i suoi artigli prenderla per le spalle e trascinarla su per il cielo? Non ha mai sentito la paura di cadere, o di essere il suo cibo, eppure così felice di poter guardare il mondo da un’altra prospettiva? Mi stupisce che una donna così giovane come lei non sia mai stata preda dell’amore: d’altronde l’amore ama le prede giovani, che hanno ancora il gusto della passione, che si meravigliano…ed io mi meraviglio che lei non sappia che forma abbia l’amore!
Signorina, non si perda d’animo, piuttosto si concentri, ha venti secondi di tempo per rispondere alla prossima domanda:
“Di che colore è il passato?” non risponda subito, rifletta come si deve, le ricordo che in palio c’è la capacità di vivere…
come dice scusi? Verde? VERDE?? Signorina non si sta parlando di passato di verdure, ma del tempo che è passato! Finito! Volato via!!! Non ha mai sentito parlare dell’ “azzurro color di lontananza”?? e non è forse il passato qualcosa di lontano, che non si può più raggiungere, rivivere, rivisitare? L’unica cosa che abbiamo del passato, tra l’atro, sono i ricordi…e non è forse vero che più passa il tempo, più si confondono, si mescolano, perdono nitidezza? E quale colore, meglio dell’azzurro, può descrivere il passato? È vero, lei è giovane, ma tutti abbiamo un passato, seppur breve! E come sono i colori dei suoi ricordi più lontani? Nitidi come se fossero appena vissuti? Non credo, a meno che lei non abbia una memoria artificiale, che fotografa istante per istante tutto ciò che vive!
Signorina si concentri meglio per favore! È pronta per rispondere alla prossima domanda?

Dunque… “In cosa consiste la felicità?”

La capacità di accontentarsi lei dice eh…. Beh si può dire che ci sia andata vicino, signorina, ma vista sotto questa prospettiva non sarebbe felicità, ma mediocrità!! La risposta giusta è “trovare la bellezza in qualsiasi cosa”! Ci pensi bene: se tutti ci accontentassimo non saremmo poi così felici, perché ci sembrerebbe di non avere nulla di speciale, se invece trovassimo la bellezza in tutto ciò che abbiamo non sentiremmo il bisogno di avere sempre qualcosa che consideriamo migliore! E che consideriamo noi migliore, badi bene!! Perché chi non ha quello che abbiamo noi, crederà che il massimo sia proprio essere al nostro posto! Comunque sto constatando che comincia ad entrare nell’ottica del gioco! Mi raccomando, continui così e vedrà che la sua conoscenza della vita sarà migliore! Sfruttiamo quindi questo momento di fortuna al meglio e risponda alla prossima domanda:

“Che suono produce il silenzio?” devo ammettere che questa domanda è un trabocchetto, ma sono sicuro che se si concentra risponderà esattamente… Come? Il silenzio non fa rumore? Signorina le avevo anche detto che era un trabocchetto! Mi scusi ma lei si è mai trovata in completo silenzio, dentro una stanza, magari da sola? E non sentiva il ronzio, o forse la musica, prodotta dai pensieri? “il silenzio è musica”, si dice, e di quale musica lei pensa si stia parlando? Si signorina proprio così! I pensieri! Dicevo prima, che molte persone considerano questi rumori dei ronzii, e sono proprio quelle persone che non sono abituate al silenzio e che non ragionano mai sulla propria vita! E che quindi, appena si trovano in silenzio, hanno bisogno di provocare rumore, come tamburellare con le dita su un tavolo, o un colpo di tosse, o canticchiare, o addirittura accendere la radio o la televisione, perché trovano fastidioso, se non addirittura spaventoso, pensare! Perché spesso i pensieri pongono davanti la realtà, mentre magari molti preferiscono restare nell’oblio del sogno, senza rendersi conto di un dato di fatto: se tutti quanti ci fermassimo un attimo a pensare, capiremmo gli errori che abbiamo commesso, eppure l’orgoglio spesso supera l’umiltà, e ci troviamo ad essere orgogliosi non solo con gli altri, ma anche con noi stessi! Non riusciamo cioè ad ammettere nemmeno a noi stessi che abbiamo commesso un errore!
Anzi, pensavo che oramai avesse capito come funziona questo gioco! Eppure mi sono sbagliato, ma non fa niente. Confido in lei, e son sicuro che alla prossima, nonché ultima domanda, risponderà correttamente! Allora, lei mi sa dire:
“ Qual è l’unità di misura della tristezza?” Eh, questa domanda non è difficile, ma bisogna saper pensare con semplicità…
Intensità? La sua risposta è definitiva? E…mi dispiace signorina, ma anche stavolta ha sbagliato! Scusi ma ci pensi bene, esiste forse un misuratore di intensità di tristezza? E chi determina quanto sia intensa la tristezza? Non è fisicamente possibile, signorina!! Piuttosto, la tristezza si misura in lacrime!! Eh si, ha sentito bene! In LA-CRI-ME! Perché, se ci pensa un po’, quando uno è molto triste, escono molte lacrime: è vero, c’è differenza tra uomo e donna, perché le donne sono più sensibili, piangono più facilmente, come ad esempio per un film… ma quella non è vera tristezza! Piuttosto le lacrime sono quantificabili nel numero di fazzoletti che vengono usati per asciugarle, o, nei casi migliori, da quanto è bagnata la maglietta dell’amico che in quel momento era lì accanto al nostro triste soggetto! Non le è mai successo di essere inondata dalle lacrime di qualche sua amica, signorina? E di inzuppare qualcuno? Beh, è forse nella tristezza che si vede quanto si sia legati ad una persona, perché non capita mai di piangere sulla spalla di uno sconosciuto, piuttosto di un caro amico che ci conosce da tanto tempo, di cui sappiamo che possiamo fidarci, a cui non interessa che gli sporchiamo la camicia appena ritirata dalla lavanderia, insomma qualcuno di fronte al quale possiamo permetterci di far calare la maschera di chi sta bene e mostrarci in tutta la nostra umanità! Mi spiace signorina, ma a quanto pare lei non è proprio portata a conoscere la vita, mi chiedo solo come possa sconfiggere le difficoltà… Bene, come alla fine di ogni puntata, lei ha la possibilità di fare qualche saluto a chi la sta guardando da casa. Ora o mai più signorina!!>
< No, non ho da fare alcun saluto particolare, signor presentatore, ma vorrei porre io ora una domanda a lei, domanda a cui, visto che lei crede di conoscere la vita così bene, risponderà sicuramente in modo corretto. Bene: “Qual è, secondo lei, il bello della vita?” Ci pensi un attimo, perché sono sicura che se ragiona arriverà alla risposta esatta!!>
< Oh, signorina, che cosa strana, un concorrente che pone una domanda al presentatore! Comunque si, sono abbastanza sicuro della mia risposta, anzi, sicurissimo! Il bello della vita è che viene vissuta!>
< Ma che razza di risposta è? Scusi, ma ci ha pensato bene? La sua risposta, a livello pratico, non ha alcun senso! Anzi sembra piuttosto una frase fatta, una citazione di qualche filosofo moderno! E non credo che poi lei abbia così tanta conoscenza della vita, tanto da essere così sicuro della sua risposta, perché, signor presentatore, il bello della vita, quello per il quale viviamo, quello che ci fa fare nuove esperienze, che ci fa essere sempre più saggi man mano che invecchiamo, ma mai perfettamente sapienti, è che la si conosce man mano che la si vive! Non ci sarà mai, quindi un perfetto conoscitore della vita! Qualcuno che risponderà perfettamente a tutte le sue domande inutili! Anche perché ognuno conosce la vita non solo in base a quanto l’ha vissuta, cioè in base alla propria età, ma soprattutto in base a come l’ha vissuta, cioè agli avvenimenti, ai fatti che il destino gli ha posto davanti! Si, signor presentatore, non mi guardi con quella faccia sbigottita, con quegli occhi stralunati: il bello della vita, è che la si conosce man mano che la si vive!! Quindi il suo programma non è attendibile, perché non esistono risposte certe sul senso della vita!>

venerdì 13 maggio 2011

la mia creazione

incredibile, ci crederete? HO CREATO UN BLOG!!! io che, dicono, non sono pratica di informatica, ho aperto una finestra dalla mia penna verso il mondo delle comunicazioni, e qui pubblicherò i miei racconti, le mie storie, che tanto ho tenuto nascoste... ma ora è arrivato il momento di scendere in campo!! quindi, amici miei, preparatevi a conoscere lati di me a voi oscuri, ma soprattutto preparatevi a dare consigli, a commentare e, se serve, a criticare!!
spero solo una cosa: DI FARVI EMOZIONARE!!!
buon divertimento